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Era passata l’intera giornata senza che avesse pronunciato una sola parola. Non era
avvenuto di proposito. Era successo così senza volerlo, come quando si indossa uno
sguardo pensieroso.

Era stata una giornata come tutte le altre. Aveva sorriso,
annuito, si era concentrato sul suo lavoro. Aveva ascoltato centinaia di parole in
tutte le lingue del mondo ma nessuna gli era sembrata la sua espressione naturale. E
così le ore erano trascorse lunghe e lente, il corpo ammaestrato, il cuore in
penombra. All’ora prestabilita, le braccia si erano infilate nelle maniche della giacca
morbida di velluto, lo zaino si era issato sulla spalla sinistra, la mano aveva fatto il
solito cenno di commiato. Non ricordava quanto tempo avesse impiegato a tornare a
casa, sapeva solo che le gambe lo avevano condotto attraverso la strada del ritorno
senza esitare, conoscendo a memoria ogni singolo passo.

Non c’era stato bisogno della mente per sapere la via da percorrere, e così senza accorgersene si era ritrovato a rovistare nella tasca dei pantaloni in cerca delle chiavi di casa. Le chiavi avevano trovato il loro posto nella serratura, la porta gli aveva permesso di varcare la soglia.
Lo zaino si era educatamente poggiato sulla sedia accanto all’entrata, e lui, guidato
da chissà quale spirito era uscito in terrazza.
E una volta lì, appena vide il suo quaderno abbandonato sul tavolo ed un timido
principio di tramonto ricamare lo sfondo delle antenne e dei tetti di Roma, venne
colpito come da un vortice violento e la coscienza si destò. I colori lo invaserò, i suoi
pensieri ripresero possesso del suo corpo come preda di un ricordo. Si sentì vacillare
come se una corrente d’aria l’avesse avvolto per poi rilasciarlo all’improvviso. Sentì
ogni muscolo fremere, ogni cellula gridare.

E la sua vita fece un balzo in avanti.
Afferrò il quaderno, rientrò in casa in tutta fretta e uscì lasciando dietro di sé una
porta spalancata . Si scaraventò all’esterno come fuoco attratto dall’ossigeno. Corse,
se solo riuscissimo ad immaginare quanto corse. Fu veloce, fu un’emergenza.Il
respiro scivolava via dalle sue labbra come fosse pura energia. L’aria sembrava
volersi sciogliere pur di aprirgli un varco e lasciarlo passare. E lui correva, saltava,
respirava. Raggiunse la piazza senza essersi mai voltato indietro, senza esitare un
solo attimo. Salì le scale a tre a tre e finalmente ne raggiunse la cima. Il cielo segnato
dall’autunno sceglieva le sue sfumature in un placido splendore luminoso.
Riprese fiato e si guardò intorno nervosamente.

Quando la vide, lì, serena, con quel sorriso dolce - come aveva potuto perdere quel
ricordo - , sentì il petto gonfio di richieste dischiudersi in un gemito profondo. Era
bastato l’a"orare di un solo ricordo per tornare in sé, era bastato il colore di quel
cielo per risvegliare in lui qualcosa di assopito, di scurito dal tempo, di quasi
dimenticato. Un pensiero, e una crepa aveva attraversato tutti i suoi scudi di
protezione, infrangendoli in migliaia di schegge.
Lei non aveva dimenticato ed era lì come promesso. Anche dopo tanti anni. Le andò incontro lentamente e ad ogni passo riconobbe se stesso, quel se stesso
perduto ormai da tanto tempo. L’aria cambiò sapore, la terra sotto i suoi piedi
sembro accoglierlo più clemente. Sentì di essere come un bambino che muove i suoi
primi passi, che impara a respirare per la prima volta. Passo dopo passo si sentì più
spaventato e più libero insieme, sensazioni che, sapeva, non aveva più provato per
troppo tempo. Le sue gambe quasi facevano fatica a sostenere tanta energia.
La raggiunse e non si dissero nulla. Sarebbe stato troppo per entrambi. Lui invidiò
una ciocca di capelli scuri dispettosa accarezzarle il viso e poi, vinto dall’istinto, la
guardò negli occhi. Lei poggiò delicatamente il palmo della mano sulla copertina di
quel quaderno che lui ancora stringeva forte a sé come un rifugio e gli porse una
bottiglia. In fondo era il suo trentesimo compleanno, lei non l’aveva dimenticato.

Rassicurato dal verificarsi perfetto di quell’immagine su cui tanto avevano
fantasticato anni prima, la prese e la stappò, accettando quel destino. E un fumo
intenso lo invase. La dichiarazione palpabile dei suoi sentimenti. Assaporò il vapore
accarezzargli il viso, strinse gli occhi assaggiando ogni istante. Sapeva di nuovo chi
era stato, chi era.

Sapeva di essere tornato. Finalmente.

Alessandra Marrucci
21/09/2011

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